PERSECUZIONE DIABOLICA
1648 92. Quando Francesco andò a Roma per
incontrare Ugolino vescovo di Ostia, più tardi eletto
papa, si trattenne con lui alcuni giorni. Accomiatatosi, andò
a far visita a Leone cardinale di Santa Croce. Era questo
un uomo molto affabile e gentile ed era felice di vedere Francesco
e lo venerava sentitamente.
In quella circostanza egli pregò il Santo con viva
devozione a restarsene da lui un po' di giorni, anche perché
si era d'inverno e faceva un freddo crudo e quasi ogni giorno
si scatenavano vento e pioggia, come succede in quella stagione.
Gli disse: «Fratello, il maltempo non permette di viaggiare.
Vorrei, se ti piace, che tu soggiornassi in casa mia finché
il tempo consentirà di rimetterti in cammino. Io passo
gli alimenti ogni giorno a un gruppo di poveri qui da me;
ebbene, tu sarai trattato come uno di loro». Disse questo
il cardinale, perché sapeva che Francesco, nella sua
umiltà, voleva sempre esser trattato come un poverello,
dovunque lo ospitassero, benché fosse di così
alta santità che dal Papa dai cardinali e da tutti
i grandi di questo mondo che lo conoscevano era venerato come
santo. Il dignitario aggiunse: «Ti assegnerò
una dimora lontana dal palazzo, dove potrai pregare e prendere
i pasti a tuo piacimento».
Soggiornava allora con il cardinale Leone uno dei primi dodici
compagni di Francesco: frate Angelo Tancredi. Questi suggerì
a Francesco: «Fratello, qui vicino, nelle mura della
città, sorge una bella torre, molto ampia e spaziosa
all'interno, con nove locali a volta, dove potrai stare appartato
come in un eremo». Il Santo propose: «Andiamo
a vederla». La vide e gli piacque. Tornato dal cardinale
gli disse: «Signore, forse resterò presso di
voi alcuni giorni». Il cardinale ne fu tutto contento.
Angelo allora andò a preparare un alloggio nella torre,
in modo che Francesco e il suo compagno potessero abitarvi
giorno e notte, poiché il Santo non intendeva discendere
da là in nessun momento della giornata, finché
fosse rimasto ospite del cardinale Leone. Lo stesso Angelo
si offrì a Francesco e al compagno di recare quotidianamente
il cibo, lasciandolo fuori, in modo che né lui né
altri entrassero a disturbare. Francesco salì dunque
sulla torre, per abitarvi con il compagno.
Durante la prima notte, mentre Francesco si disponeva a dormire,
irruppero i demoni e lo coprirono di botte. Egli chiamò
subito il compagno, che stava lontano: «Vieni da me!».
Quello gli fu vicino d'un balzo. Gli disse il Santo: «Fratello,
i demoni mi hanno pestato duramente. Desidero che tu mi rimanga
accanto, perché ho paura di starmene qui solo».
Il compagno gli fu appresso per l'intera notte. Francesco
tremava tutto, come in preda alla febbre. Durarono svegli
entrambi fino al mattino.
Nel frattempo Francesco conversava con il suo compagno: «Perché
i demoni mi hanno battuto? Perché il Signore ha dato
loro il potere di farmi del male?». Si mise a riflettere:
«I demoni sono i "castaldi" del Signore nostro.
Come il podestà spedisce il suo castaldo a punire il
cittadino che ha commesso un reato, così il Signore
corregge e castiga coloro che ama, per mezzo dei suoi castaldi,
i demoni, esecutori della sua giustizia. Molte volte anche
il perfetto religioso pecca per ignoranza. Allora, siccome
non è consapevole della sua colpa, viene punito dal
diavolo, affinché messo sull'avviso dal castigo, controlli
interiormente ed esteriormente in cosa è consistito
il suo fallo e cerchi di individuarlo.
A quelli che il Signore ama teneramente nella vita terrestre
non risparmia le punizioni. Quanto a me, per misericordia
e grazia di Dio, non sono conscio di aver commesso peccati
che non abbia scontato confessandomi e facendo penitenza.
Di più, la sua misericordia mi ha largito questo dono:
egli durante la preghiera mi dà conoscenza di ogni
cosa in cui gli piaccio o gli dispiaccio. Ma può darsi,
secondo me, che il Signore mi abbia punito stavolta mediante
i suoi castaldi per questo motivo: il cardinale è spontaneamente
generoso con me, e d'altra parte il mio corpo ha necessità
di avere questi aiuti e io li ricevo con semplicità.
Tuttavia, sia i miei fratelli che vanno per il mondo affrontando
la farne e molti disagi, sia gli altri che dimorano in misere
abitazioni e romitaggi, venendo a sapere che dimoro presso
un cardinale, potrebbero aver motivo di protestare contro
di me. Noi qui a sopportare ogni sorta di privazioni, e lui
a godersi le agiatezze! Ebbene, io sono tenuto sempre a dare
il buon esempio ai frati; è per questo che sono stato
dato ad essi. I frati sono più edificati quando io
vivo tra loro in luoghi poverelli, che quando sto altrove;
e sopportano con più coraggiosa pazienza le loro asprezze,
quando sentono e sanno che le sopporto io pure».
Francesco non ebbe invero buona salute, mai; anche mentre
visse nel mondo era di costituzione fragile e delicata, e
fu sempre più malato di giorno in giorno fino alla
sua morte. Eppure, costantemente si preoccupava di dare il
buon esempio ai fratelli e di togliere ogni occasione di mormorare
contro di lui: «Eccolo, si concede tutto quello di cui
abbisogna, mentre noi peniamo, privi di tutto!». E così,
fosse in salute o fosse infermo, fino al giorno del suo trapasso
volle patire tante privazioni che, se ogni frate ne fosse
a conoscenza come noi, che siamo vissuti assieme a 1ui per
un certo tempo fino a che morì, non potrebbero ricordarlo
senza piangere, e sopporterebbero con più serena pazienza
necessità e tribolazioni.
Allo spuntar del giorno, Francesco scese dalla torre e andò
dal cardinale a raccontargli quanto gli era accaduto e i discorsi
fatti con il compagno. Aggiunse: «La gente ha gran fede
in me e ml crede un sant'uomo, ma ecco che i demoni mi hanno
buttato fuori dal mio carcere». Egli voleva stare recluso
nella torre come in un carcere, non parlando che con il suo
compagno.
Il cardinale fu felice di rivederlo; però, siccome
lo riguardava e venerava come santo, accettò la sua
decisione di non trattenersi oltre colà. Francesco,
accomiatatosi dall'ospite, tornò all'eremo di Fonte
Colombo presso Rieti.